… by Cloude Sonnet 4.6 |
C’è una domanda che quasi nessuno si fa prima di imboccare la strada della professione, quella con la P maiuscola, quella che richiede titoli, abilitazioni, iscrizioni ad albi e una certa aria da chi sa quello che fa. La domanda è semplice, brutale e quasi offensiva nella sua concretezza: quanto costa? Non in senso metaforico, non nel senso poetico del “quanto hai sacrificato”, ma proprio in termini di tempo, denaro, energia, notti insonni, week-end dissolti e capelli che non ci sono più. Spoiler: costa parecchio. E la parte più ironica di tutta la faccenda è che nessuno te lo dice davvero, non in modo onesto, non prima che tu abbia già firmato l’iscrizione all’università e versato la prima rata.
Partiamo dall’inizio, che è già di per sé un posto costoso. La formazione professionale in Italia — e non solo — è strutturata come una di quelle matrioske russe: apri la prima bambola e ne trovi un’altra, poi un’altra ancora, e quando pensi di aver finito c’è ancora un corso di aggiornamento obbligatorio che ti aspetta con un sorriso plastico. Prima viene la laurea, tre anni per la triennale, altri due per la magistrale, cinque anni complessivi in cui si impara una quantità impressionante di teoria che poi, nella vita reale, si usa in percentuali che oscillano tra il diciotto e il ventidue percento. Poi arriva l’abilitazione, ovvero l’esame di Stato, quella cerimonia di passaggio in cui lo Stato italiano ti certifica come essere umano finalmente degno di esercitare. Poi, se sei fortunato, arriva il praticantato, i tirocini, le specializzazioni, i master, i corsi ECM per chi lavora in ambito sanitario, i corsi di formazione continua per avvocati, ingegneri, commercialisti. Il punto di arrivo si sposta sempre un po’ più avanti, come l’orizzonte, con la differenza che l’orizzonte almeno è gratuito.
Se volessimo mettere un numero grezzo al solo percorso formativo iniziale, stiamo parlando in media di cinque, sei, sette anni di studio a tempo pieno o quasi, spesso fuori sede, spesso con affitti, libri, tasse universitarie, spese di laboratorio o di clinica, abbonamenti ai trasporti e alla mensa universitaria che si somma a tutto il resto. In Italia il costo medio annuo per uno studente universitario fuori sede supera i dodici, tredici mila euro, considerando affitto, vitto e tasse. Moltiplicato per cinque anni siamo già oltre i sessanta mila euro, e abbiamo fatto solo il piano terra dell’edificio. Il master? Altri quindici, venti, trentamila euro, a seconda dell’istituzione e del settore. Qualcuno a questo punto obietta che esistono le borse di studio, i dottorati retribuiti, i contratti di formazione lavoro. Giusto. Esistono anche i quattro leoni di piazza Venezia, ma non ci vive nessuno.
Poi c’è il tempo. Il tempo è la valuta più sottovalutata di tutta la storia della professione. Non si conta in euro, non compare nel contratto, non viene rimborsato, non si accumula in nessun fondo pensione. Va via e basta, e lo fa con quella discrezione silenziosa che fa sì che ti accorga di quanto ne hai speso solo guardandoti indietro a distanza di anni. Un medico, per esempio, impiega sei anni di corso di laurea, poi uno o due anni di tirocinio o internato, poi quattro, cinque, sei anni di specializzazione. Prima di essere davvero autonomo nel suo ruolo clinico specifico, nella migliore delle ipotesi, ha già lasciato sul campo una dozzina di anni. Un avvocato: cinque anni di giurisprudenza, praticantato di diciotto mesi, esame di Stato, e poi gli anni in cui costruisce davvero la competenza pratica che nessun libro di procedura civile ti può dare. Un ingegnere, un architetto, un commercialista: stesso schema, varianti regionali.
Vale la pena soffermarsi un momento sul meccanismo psicologico che accompagna tutto questo percorso, perché è uno dei costi nascosti più interessanti. Ogni anno in più di formazione genera una forma curiosa di dissonanza cognitiva: più si investe, più diventa difficile ammettere che forse si stava sbagliando direzione, o che forse il settore scelto non corrisponde a quello che si immaginava a diciotto anni con una serie TV come unico punto di riferimento. Questo fenomeno — che in economia comportamentale si chiama sunk cost fallacy, l’errore del costo irrecuperabile — tiene molte persone incollate a percorsi professionali che non le rappresentano più, semplicemente perché rinunciare significherebbe “sprecare” tutto quello che si è già investito. Il risultato è che una parte non trascurabile dei professionisti italiani esercita la propria professione con il pilota automatico inserito, non per vocazione ma per inerzia. E anche questa, a suo modo, è una forma di costo.
E qui arriviamo al punto che si trascura sempre, quello dei tempi di esperienza, che sono una cosa diversa e più lunga dei tempi di formazione. La formazione te la certifica un diploma. L’esperienza non te la certifica nessuno, e soprattutto non arriva per decreto. L’esperienza è quella roba strana che si accumula attraverso gli errori, le situazioni impreviste, i clienti impossibili, i colleghi che ti insegnano qualcosa anche quando non lo sanno, le notti in cui hai dovuto risolvere un problema che non era nel programma del corso. Gli esperti di sviluppo delle competenze professionali — quelli che ci hanno fatto i libri sopra, tipo Malcom Gladwell con la sua regola delle diecimila ore — dicono che per raggiungere un livello di vera padronanza in un campo complesso servono anni di pratica deliberata. Non anni passati a fare sempre le stesse cose in automatico, ma anni in cui ci si confronta con la complessità, si sbaglia, si corregge, si cresce. Il matematico dice diecimila ore, che tradotte in anni lavorativi standard fanno circa cinque anni pieni. Ma il matematico non ha mai cercato di applicare questo principio a un consulente legale tributario nel mezzo di una riforma fiscale, né a un tecnico informatico che deve tenere il passo con un settore in cui i paradigmi cambiano ogni due anni. In certi campi, le diecimila ore potrebbero non bastare; in altri, potrebbero essere già obsolete a metà percorso. Il punto non è il numero: è che l’esperienza non si acquista, non si scarica, non si simula. Si vive, lentamente, un caso alla volta, con tutta la lentezza e l’imperfezione che il processo comporta.
C’è poi una categoria di costi esperienziali che appartiene esclusivamente al mondo delle professioni intellettuali e regolamentate: il costo delle relazioni sbagliate. Il cliente che ti ha consumato sei mesi di vita per poi non pagarti. Il socio con cui hai avviato uno studio e che aveva un’idea molto diversa dalla tua di cosa significasse “lavorare bene”. Il mentore che non era poi così mentore, ma era molto bravo a sembrarlo. Il concorso che hai preparato per due anni e perso per un punto. Queste esperienze non compaiono nei curriculum vitae, non si mettono su LinkedIn, non vengono riconosciute da nessun ente formativo, eppure formano il professionista tanto quanto — a volte più di — i corsi frequentati. Sono il costo dell’apprendistato alla vita professionale, e come tutti i costi più significativi si capiscono davvero solo a posteriori.
E poi c’è la parte che nessuno mette nel conto quando si parla di costi del professionismo: l’etica. Non l’etica da manuale, quella dei principi astratti scritti nei codici deontologici che si consultano raramente e si invoca spesso. L’etica del lavoro professionale è una cosa più quotidiana, più faticosa, meno eroica di come viene raccontata. È quella voce che ti dice di fare la cosa giusta anche quando la cosa conveniente sarebbe un’altra. È il momento in cui un cliente ti chiede qualcosa che è tecnicamente possibile ma moralmente discutibile, e tu devi trovare le parole — e la schiena dritta — per dire no, o almeno per ridisegnare il perimetro. È la cura nei confronti di chi si affida a te, che non è un sentimento romantico ma una responsabilità concreta, misurabile, che pesa.
L’etica professionale costa. Costa tempo, perché fare le cose per bene richiede più tempo che farle approssimativamente. Costa relazioni, perché a volte implica scelte che non piacciono a chi ti sta intorno o a chi ti paga. Costa fatica cognitiva, quella spesa continua di attenzione e giudizio critico che non si può delegare, non si può automatizzare, non si può mettere in standby. C’è una differenza sostanziale tra chi esercita una professione e chi fa un lavoro, e non è una distinzione di status o di reddito: è una differenza di responsabilità verso terzi. Il professionista risponde a qualcuno che si è fidato di lui, che ha messo nelle sue mani qualcosa di importante — la salute, il patrimonio, la casa, il futuro legale di un’azienda. Questa responsabilità non si esaurisce alle diciassette quando si chiude la mail, non va in ferie ad agosto, non si disconnette nel week-end. È una specie di frequenza radio che resta accesa in sottofondo, e il costo energetico di mantenerla accesa è reale anche se non appare in nessun bilancio.
C’è anche una dimensione collettiva dell’etica professionale che vale la pena nominare, soprattutto in un Paese come l’Italia dove il rapporto tra cittadini e professionisti è storicamente complicato. Ogni volta che un professionista sceglie la scorciatoia invece della strada giusta, non danneggia solo il singolo cliente: contribuisce a erodere la fiducia collettiva nell’intera categoria. E la fiducia, nel sistema delle professioni, è la vera infrastruttura su cui tutto regge. Non gli albi, non le abilitazioni, non i codici deontologici: la fiducia. Quella si costruisce un atto professionale alla volta, nel corso di anni, e si può distruggere con una sola scelta sbagliata presa nel momento sbagliato. Anche questo ha un costo: il costo dell’attenzione permanente, della coerenza che non può permettersi troppi giorni liberi.
Poi, naturalmente, ci sono i costi pratici e burocratici dell’esercizio della professione. L’iscrizione all’albo, che nella maggior parte delle categorie prevede una quota annua. L’assicurazione professionale, obbligatoria per molti ordini e comunque indispensabile per chiunque voglia dormire con una certa serenità. Il commercialista — sì, anche il commercialista ha il suo commercialista, ed è uno dei paradossi più divertenti del mondo delle professioni. La partita IVA con i suoi regimi, i suoi acconti, le sue sorprese di novembre quando arriva il secondo acconto IRPEF e l’acconto INPS nello stesso momento, come se il calendario fosse programmato apposta per creare il massimo disagio psicologico. Lo studio o lo spazio di lavoro, che sia fisico o virtuale, ha comunque un costo. I software professionali, le licenze, gli abbonamenti alle banche dati giuridiche, ai sistemi di gestione, alle piattaforme di telemedicina o di firma digitale. Nulla di tutto questo è gratis, e la somma fa una cifra che il ventitreenne entusiasta che sceglie la facoltà raramente conosce.
E adesso arriva la parte davvero interessante, quella in cui il mercato ha deciso di rendere tutto ancora più complicato: le nuove sfide per i professionisti del terzo millennio, che sono numerose, variegate e hanno il cattivo gusto di presentarsi tutte insieme, senza un ordine logico e senza un manuale di istruzioni. La prima sfida, quella di cui si parla di più e che spaventa un numero impressionante di professionisti di ogni settore, si chiama intelligenza artificiale. Adesso è il momento in cui molti lettori si aspettano o la solita filastrocca rassicurante del “l’IA non sostituirà mai l’uomo” oppure l’apocalisse distopica del “tutti i professionisti diventeranno obsoleti entro cinque anni”. La verità, come spesso accade, è più noiosa e più interessante allo stesso tempo.
L’intelligenza artificiale non sostituirà il professionista. Ma il professionista che sa usare l’intelligenza artificiale probabilmente sostituirà quello che non la sa usare. Questa distinzione non è sottile, è enorme. Perché implica che la competenza tecnica di base — quella che si è pagata cara in anni di studio — non è più sufficiente da sola. Ci vuole la capacità di dialogare con strumenti che ragionano in modo diverso da come ragiona un essere umano, di capire cosa possono fare e cosa non possono fare, di interpretarne l’output con spirito critico invece di prenderlo per vangelo. Ci vuole, in altri termini, un livello di meta-competenza che non si insegna ancora in modo sistematico nelle università italiane, ma che diventa ogni giorno più indispensabile.
La seconda sfida è quella della complessità normativa crescente, che riguarda in modo particolare chi lavora in contesti regolamentati — e in Italia, diciamolo, è difficile trovare un settore professionale che non sia regolamentato almeno in parte. GDPR, NIS2, normative ambientali, codice dei contratti pubblici riformato, decreto legislativo su questo, circolare ministeriale su quell’altro: il professionista contemporaneo deve tenersi aggiornato su un corpus normativo in espansione continua, che cambia più in fretta di quanto si riesca ad assorbire. L’aggiornamento professionale obbligatorio — i famosi crediti formativi di qualunque sigla — è la risposta istituzionale a questa sfida, ma è spesso insufficiente nella pratica, frammentata, poco raccordata con le esigenze reali del mercato.
La terza sfida è quella della reputazione digitale, nuova moneta del professionismo contemporaneo. Un tempo la reputazione di un professionista si costruiva nel tempo, attraverso il passaparola, la qualità del lavoro, la rete di relazioni professionali e personali. Oggi si costruisce anche — e per certi mercati soprattutto — online: le recensioni su Google, il profilo LinkedIn, il sito web, la capacità di comunicare la propria competenza in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Questo richiede competenze che non hanno nulla a che fare con il nucleo della professione, ma che incidono in modo diretto sulla capacità di trovare clienti e di mantenere una posizione rilevante nel mercato. È come chiedere a un chirurgo di essere anche uno youtuber di successo: suona assurdo ma, guardando il panorama attuale, non è poi così lontano dalla realtà.
La quarta sfida, forse la più silenziosa e la più sottovalutata, è quella del benessere professionale, ovvero la capacità di sostenere nel lungo periodo il peso di tutto quello che si è descritto finora senza impazzire, ammalarsi o smettere di fare bene il proprio lavoro. Il burnout professionale non è un’invenzione dei millennial fragili: è un fenomeno documentato, misurabile, che colpisce in misura sproporzionata proprio le professioni ad alta responsabilità — medici, avvocati, ingegneri, insegnanti. La cultura professionale italiana, erede di una certa idea storica del lavoro come sacrificio nobile e doveroso, non è particolarmente attrezzata per affrontare questa sfida. Si fa ancora fatica ad ammettere di essere stanchi senza che questo suoni come una confessione di debolezza. Si fa ancora fatica a delegare, a stabilire confini, a dire no a un cliente in più quando il carico è già al limite. Eppure, paradossalmente, la capacità di farlo è essa stessa una competenza professionale di alto livello.
Alla fine di questo lungo giro, che è costato almeno venti minuti di lettura — e già questo è un costo — la risposta alla domanda iniziale è questa: essere professionista costa moltissimo, e il conto continua ad arrivare per tutta la vita. Costa in denaro, in anni, in energia, in senso di responsabilità che non si può spegnere quando si vuole. Costa anche in soddisfazione, però, e questa è la parte che bilancia il foglio dare-avere in modo che alla fine quasi sempre vale la pena. Il problema non è il costo in sé — ogni cosa che vale qualcosa ha un prezzo. Il problema è che troppo spesso questo costo viene nascosto, minimizzato, non comunicato a chi si affaccia alla professione con gli occhi brillanti e una laurea fresca in mano. E un professionista che non conosce il vero costo di ciò che fa è un professionista che rischia di trovarsi in debito, prima o poi, senza capire come ci è finito.
Saperlo in anticipo non rende il cammino più breve. Ma lo rende, almeno, meno sorprendente.

