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L’economia moderna sembra essere caratterizzata da continui alti e bassi, spinte verso l’alto da entusiasmo e fiducia per poi sgonfiarsi rovinosamente quando questa fiducia viene meno. Si susseguono fasi di crescita esponenziale e bolle speculative che poi esplodono in crisi finanziarie e recessioni.
Tutto parte dalla natura umana, dalla nostra innata tendenza all’ottimismo: pensiamo che le cose possano solo migliorare, che i prezzi saliranno per sempre. Gli investitori si fanno prendere dal panico da FOMO (fear of missing out), la paura di perdersi l’affare della vita, e così gonfiano a dismisura il valore di certe attività: azioni, obbligazioni, immobili, criptovalute. Si diffonde l’irrazionale convinzione che “questa volta è diverso”, che la corsa ai guadagni non avrà mai fine.
Ma prima o poi arriva lo schianto. Scoppia la bolla, si scatena il panico, scappano tutti vendendo e facendo crollare i prezzi. È un copione che si ripete ciclicamente nella storia finanziaria: dalla bolla dei Tulipani nell’Olanda del XVII secolo al crollo di Wall Street del 1929, dai dotcom alla crisi dei mutui subprime del 2008.
Eppure sembriamo non imparare mai. Dopo ogni tracollo ci rialziamo, ripuliamo le macerie e ricominciamo da capo gonfiando nuove bolle. Come drogati in cerca della nostra prossima dose di euforia finanziaria, saliamo e scendiamo sulle montagne russe dei mercati. Irrazionalità e avidità prevalgono sulla razionalità.
C’è chi punta il dito contro la finanza speculativa, i prodotti derivati, la deregulation selvaggia. Sono aspetti rilevanti, ma forse il problema è più profondo e sta nella natura umana. L’economia è una scienza sociale che riflette i nostri istinti. Come scriveva Keynes, è guidata dagli “spiriti animali”, emotività che sfuggono ad ogni modello.
Possiamo forse regolamentare meglio i mercati, ma l’irrazionalità collettiva resterà. Servirebbe più consapevolezza, diffondere educazione finanziaria, investire in modo più responsabile. Ma anche così, quando il vento dell’entusiasmo soffia forte è difficile restare lucidi e non farsi trascinare.
Siamo esseri imperfetti, oscilliamo tra depressione e manie di grandezza. L’economia rispecchia questi alti e bassi. Come scriveva il filosofo Hypatia, dobbiamo imparare a navigare con saggezza tra Scilla e Cariddi, evitando gli estremi. Non assecondare ciecamente bolle speculative, ma neanche cedere al pessimismo che uccide l’iniziativa.
Forse le crisi sono in un certo senso necessarie, fanno parte del ciclo. Rappresentano momenti catartici, di purificazione. Ci ricordano che non si può sfidare la gravità, che ogni volo ha il suo atterraggio. Ci insegnano la virtù della temperanza: dopo l’ingerenza arriva la dieta.
Ma ogni crisi può essere anche un’opportunità, l’occasione per ripartire su basi più solide, con maggiore consapevolezza. Per scovare nuovi talenti, riallocare risorse, svecchiare il sistema. Schumpeter parlava di “distruzione creatrice”: dalle macerie del vecchio nasce il nuovo.
Forse non possiamo eliminare del tutto le bolle e le crisi cicliche, ma possiamo gestirle meglio, minimizzarne l’impatto sociale, non scaricarne sempre i costi sui più deboli. Servono politiche economiche più lungimiranti, che tengano conto della psicologia irrazionale dei mercati. Meno rigidità dottrinale, più pragmatismo.
In fondo le crisi sono spesso frutto di miopia collettiva, di shortage di immaginazione. Se guardiamo solo al presente, gonfiando pericolose bolle, il futuro ci riserva amare sorprese. Per evitare lo schianto dobbiamo alzare lo sguardo, prevedere gli scenari. Come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti, ma i nostri nipoti no.


