Bubble Filter e degrado cognitivo: Ingegnerizzazione della stupidità

Bubble Filter e degrado cognitivo: Ingegnerizzazione della stupidità

…by Claude 2 100k |

Viviamo nell’era della stupidità ingegnerizzata. Un’era in cui menti brillanti sviluppano sofisticati algoritmi non per elevare la conoscenza umana, bensì per abbassarla a livelli mai visti prime.

L’esempio più eclatante è quello dei social network, vere e proprie camere di risonanza della demenza digitale. Grazie a sistemi come il tristemente noto “Bubble Filter” di Facebook, gli utenti vengono rinchiusi in echo chamber che rafforzano le loro opinioni pregresse, proteggendoli da qualsiasi idea contrastante.

Un meccanismo perversamente intelligente, che sfrutta le debolezze cognitive umane per creare dipendenza da like e condivisioni. I social network sono come slot machine digitali progettate con diabolica abilità per creare assuefazione.

La tesi è semplice: più un contenuto suscita indignazione e polarizzazione, più verrà condiviso e commentato, generando prezioso “engagement”. Ecco perché gli algoritmi finiscono per promuovere teorie del complotto, bufale e propaganda tossica di ogni tipo. Non perché siano “imparziali”, ma perché la disinformazione genera più traffico e quindi profitto.

È l’apoteosi del clickbait spinto all’estremo, con intere comunità digitali rinchiuse in camere d’eco sempre più radicalizzate ed impenetrabili. Un trionfo di ignoranza confezionato su misura da ingegneri informatici tra i migliori al mondo.

Persino figure un tempo rispettabili come Mark Zuckerberg hanno finito per prostituire il loro talento ai peggiori istinti umani in nome del Dio Denaro. Quando Zuckeberg afferma candidamente “vogliamo che le persone passino il maggior tempo possibile su Facebook”, sta ammettendo esplicitamente la propria volontà di creare dipendenza e degrado cognitivo diffuso.

Del resto non c’è da stupirsi: i social media sono nati come strumenti per narcotizzare le masse, non per emanciparle. La loro missione è quella di creare illusioni di socialità fittizia attraverso la condivisione bulimica di emozioni preconfezionate. Come scrisse con lucidità Andrew Keen già nel 2007, “i social media ci rendono tutti più soli”.

Ma la responsabilità non è solo degli ingegneri informatici. C’è una domanda latente di stupidità che loro intercettano e amplificano sapientemente. In fondo, qualsiasi tool è neutro: dipende da come lo si usa. I social media tirano fuori il peggio di noi perché nel profondo bramiamo di essere rincoglioniti.

Preferiamo di gran lunga una rassicurante bugia alla scomoda verità. E i signori di Facebook & Co. lo sanno bene. Per questo ci forniscono bolle filtranti su misura che ci fanno sentire sempre dalla parte della ragione, protetti da fastidiosi confronti con la realtà.

Ma attenzione, il vero rischio non sono le singole bufale o teorie del complotto. Il vero pericolo è la riduzione drastica della complessità cognitiva in sistemi chiusi sempre più semplificati e polarizzanti. È la creazione di menti collettive estremiste incapaci di elaborare dubbi e incertezze.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di esercitare il pensiero critico complesso, coltivando la saggezza del dubbio contro i fondamentalismi digitali. Dobbiamo rifiutare le narrazioni semplificanti che ci vengono propinate da algoritmi progettati per rendici dipendenti.

Invece di chiuderci in echo chamber consolatorie, dovremmo aprirci a visioni scomode che mettano in discussione le nostre certezze. Perché come diceva Oscar Wilde, “la verità raramente è pura e mai semplice”.

Lascia un commento