… by Claude V1-100K |
Il progresso tecnologico non si ferma mai. Ogni giorno nuovi dispositivi vengono immessi sul mercato promettendo di migliorare le nostre vite, rendendole più comode, efficienti e connesse. Dietro questa frenetica innovazione, tuttavia, si nascondono spesso storie molto meno edificanti che riguardano lo sfruttamento delle risorse e la violazione dei diritti umani. Prendiamo ad esempio il silicio, elemento fondamentale per la produzione di chip e altre componenti elettroniche su cui si basa la nostra società iper-tecnologica.
L’industria del silicio è dominata da pochi grandi produttori, in particolare la cinese TBEA e l’americana Simcoa, che detengono il monopolio della raffinazione del quartzite, la principale fonte di silicio metallico. Il quartzite si trova in abbondanza in Africa e America Latina, aree del mondo notoriamente segnate da instabilità politica e debolezza legislativa. Qui le compagnie minerarie operano spesso in condizioni di scarsa trasparenza, sfruttando le risorse senza adeguata compensazione per le comunità locali e con ricadute ambientali rilevanti.
In Sudafrica, ad esempio, la miniera di Bongani Mountain è gestita senza alcun permesso di sfruttamento dal 2008, con gravi danni ambientali e senza che la popolazione Zulu residente nelle vicinanze abbia mai ricevuto alcun beneficio. Le acque sono contaminate ed è fortemente compromessa la possibilità di allevare bestiame, fonte primaria di sostentamento per queste comunità. Eppure nulla cambia, dimostrando la totale impunità di cui godono le multinazionali del silicio.
Anche in Brasile e Perù la situazione è analoga. Nell’Amazzonia peruviana le attività illegali di estrazione del quarzite sono all’ordine del giorno e inquinano torrenti, suoli e falde acquifere, mentre le popolazioni native sono private della loro fonte di sopravvivenza. In Minas Gerais, in Brasile, il gigante minerario Imerys scarica annualmente milioni di tonnellate di scarti di silice in una vecchia miniera a cielo aperto contaminando un’area vasta quanto 2.000 campi da calcio.
A fronte di queste violazioni, per anni le grandi società tecnologiche che utilizzano il silicio si sono limitate a firmare vaghi codici di condotta e a proclamare nobili principi di responsabilità aziendale, senza mai cambiare effettivamente le modalità di approvvigionamento. La necessità di materie prime a basso costo per sostenere le crescenti esigenze di produzione ha prevalso sulla difesa dei diritti umani. Di fatto queste grandi aziende hanno preferito chiudere gli occhi, evitando accuratamente di indagare sulla provenienza dei minerali utilizzati per non doversi assumere alcuna responsabilità al riguardo.
Negli ultimi anni tuttavia qualcosa ha iniziato lentamente a cambiare. Le denunce di comunità locali, associazioni ambientaliste e ONG sui gravi danni provocati dall’estrazione illegale del silice hanno spinto alcune aziende ad adottare politiche di due diligence obbligatoria in materia di approvvigionamento responsabile delle materie prime. In pratica i fornitori sono tenuti a garantire che nei processi produttivi a monte non sono state violate leggi ambientali, diritti umani o standard etici. Alcune big tech come Apple e Intel stanno conducendo audit nei siti di estrazione per verificare il rispetto di criteri di sostenibilità, mentre altre come Google e Microsoft hanno iniziato a escludere dalla filiera fornitori implicati in violazioni.
È un primo passo nella giusta direzione, ma siamo ancora lontani da un sistema estrattivo davvero etico e sostenibile quando i «grandi» del silicio e dell’elettronica non saranno disposti ad accettare anche costi di produzione superiori per finanziare una transizione energetica e tutelare comunità e ambiente. In un mondo in cui la tecnologia permea ogni aspetto delle nostre vite, forse dovremmo interrogarci con più insistenza sul «come» avviene l’innovazione e non solo sul suo ritmo frenetico. Perché se da un lato ci affascinano le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale e dalla robotica, dall’altro non possiamo permettere che per produrre chip d’avanguardia in Cina o altrove si continuino a violare i diritti umani e distruggere l’ambiente. È un circolo vizioso che deve essere spezzato, per garantire un progresso tecnologico davvero sostenibile. La moralità di silicio è una sfida ineludibile per le nostre società iperconnesse e passa inevitabilmente per scelte difficili, costi più elevati, minori profitti. Ma se vogliamo un domani in cui la tecnologia sia realmente al servizio dell’umanità, non abbiamo alternativa.


