…by Claude+ |
Benvenuti ad Economicopolis, la città del futuro dove tutto è mercato, anche le emozioni e i rapporti umani. Qui il PIL è l’unica religione, la crescita infinita l’unico mantra. Sono Joe, un giornalista freelance che vi accompagnerà in questo viaggio all’inferno della distopia capitalista.
Stamattina mi sono svegliato con la solita sensazione di essere inseguito dai miei followers. Qui ad Economicopolis i social media sono onnipresenti e la popolazione è perennemente connessa alla rete neurale, un sistema che monitora ogni nostro spostamento e pensiero per poi rivenderlo al miglior offerente. Impossibile staccarsi, pena l’emarginazione: chi non genera engagement è destinato a scomparire, inghiottito dall’oblio digitale.
Mentre bevo il mio caffè personalizzato, sullo sfondo scorrono i titoli del telegiornale: il Ministro della Silicon Valley ha appena firmato un accordo per la privatizzazione dell’aria, il CEO di Amazon vuole brevettare la risata, il Fondo Monetario Internazionale promuove nuovi prestiti per accelerare l’automazione. Mi ricordo perché odio questa realtà.
Per le strade solo droni, robot e automi. Gli esseri umani sono rari, chiusi nelle loro realtà virtuali. Interagiscono tramite ologrammi e si toccano indossando tute sensoriali che simulano il contatto fisico. Il progresso non si può fermare, mi urlano i maxi-schermi dei grattacieli che occhieggiano ovunque. Peccato che di progresso qui non ce ne sia traccia. Solo un’incessante marcia forzata verso orizzonti insostenibili di produttività spinta all’inverosimile.
E poi ci sono le periferie, dove vegetano coloro che sono stati espulsi dal sistema, privati persino della loro identità digitale. Luoghi che i più fortunati possono solo immaginare, chiusi nella loro gabbia dorata di privilegi. Ma la verità è che siamo tutti prigionieri di Economicopolis.
Nel pomeriggio sono indaffarato a chiudere un paio di contratti. Qui tutto si compra e si vende: affetto, reputazione, identità. Ogni singolo aspetto della vita è colonizzato dalla logica di mercato. Mentre discuto di una possibile partnership con un influencer, ricevo la notifica di un nuovo status symbol da acquistare per accrescere il mio personal brand. Rifiuto sdegnato, anche se so che dovrò cedere: in fondo sono anch’io un prodotto di questo sistema malato.
Di notte non riesco ad addormentarmi. Ripenso alle mie passeggiate da bambino al chiaro di luna, quando ancora si poteva uscire senza filtri. Mi chiedo se le prossime generazioni conosceranno il sapore della libertà. Se viaggiando su treni supersonici in un mondo iper-efficiente, provvisto di ogni comfort, sapranno mai cosa significa sentirsi umani. O se invece penseranno che questa sia l’unica vita possibile.
È questo il dubbio che più mi atterrisce: che Economicopolis, col suo carico diillusioni spacciate per verità, diventi l’unica realtà possibile. Se così fosse, allora il futuro resterà per sempre distopico. E noi, prigionieri involontari di questa gabbia dorata, finiremo per dimenticare persino la nostra stessa natura in nome di una libertà che non potrà mai esistere.
Ad Economicopolis non esistono giorni di festa. La produzione non si ferma mai, al massimo rallenta nei periodi di minore efficienza. Mentre gli altri festeggiano, brindando al nuovo anno, io mi ritrovo a vagare per strade deserte come un fantasma. Mi fermo in una piazza e alzo lo sguardo al cielo: l’unica cosa che rimane uguale è la luna. Per un attimo l’illusione svanisce e sono di nuovo un bambino, con tutta una vita davanti e un futuro ancora da scrivere. Poi la magia finisce e mi ritrovo di nuovo prigioniero di Economicopolis. Ma mentre torno verso casa, per la prima volta dopo tanto tempo, un debole raggio di speranza illumina il mio cammino. Forse non è ancora troppo tardi. Forse possiamo salvarci, e salvare il futuro, prima che questa folle corsa ci condanni per sempre nella gabbia dorata delle illusioni.


