La folla e l’individuo

La folla e l’individuo

…by Claude-2-100k |

Ero in piazza, circondato da migliaia di persone. Tutti con gli stessi cartelli, gli stessi slogan, le stesse maschere. Uno sciame umano compatto, che si muoveva all’unisono come fosse un solo corpo. Guardandoli, non riuscivo a non provare un brivido. C’era qualcosa di ipnotico in quell’orda festante e urlante. E al tempo stesso, qualcosa di disturbante.

L’individuo sembrava dissolversi nella massa. Le singole identità lasciavano spazio a un’anima collettiva. La folla aveva una sua volontà, i suoi umori, le sue pulsioni. Come un Leviatano che inghiottiva ogni particella per farne parte di sé.

In quel momento realizzai di essere estraneo. Un corpo estraneo. L’unico fermo e in silenzio in mezzo a quell’oceano di carne e di decibel. Sentii gli sguardi su di me. Sguardi diffidenti, interrogativi. Cosa ci faceva quel tizio immobile e muto, mentre tutti intorno vibravano di passione?

Presi il mio bloc-notes e iniziai a scrivere alcune frasi. La folla si strinse attorno a me. Le facce si deformarono in smorfie di disprezzo. Un tizio mi strappò il bloc-notes di mano. Un altro iniziò a spintonarmi. Mi ritrovai circondato da braccia tese e dita puntate. Le urla mi perforavano i timpani.

Cercai di divincolarmi, ma ero immobilizzato. Venivo risucchiato verso il fondo di quell’oceano umano. Stavo per annegare in quella marea di corpi. Le mie grida soffocate dal frastuono della massa.

Mi svegliai di soprassalto nel mio letto. Era stato solo un incubo. Uno dei tanti che da mesi infestavano le mie notti. Scene apocalittiche di folle inferocite che mi linciavano per il mio silenzio, la mia immobilità. Per la mia diversità.

Da quando ero freelance, passavo le giornate chiuso in casa davanti al pc. Raramente incontravo qualcuno. I social network erano il mio principale contatto col mondo esterno. Un mondo che sembrava sempre più dominato da logiche tribali. Comunità virtuali chiuse, intolleranti verso chi non si conformava.Agglomerati umani tenuti insieme più dall’odio per il nemico che da valori condivisi.

Guardavo con sgomento quelle folle virtuali scatenarsi in battaglie feroci per annientare l’avversario di turno. Chiunque esprimesse un’idea contraria veniva messo alla gogna. Insultato, minacciato, talvolta rovinato nella vita reale. Un’orda famelica sempre alla ricerca di nuove prede.

Cominciava a mancarmi l’aria. Sentivo l’urgenza di uscire da quella bolla claustrofobica che si era creata intorno a me. Decisi che era arrivato il momento di affrontare le mie paure.

Quel pomeriggio andai in centro. Vagai per le strade, immerso nel brulichio della folla. Osservai i volti delle persone, cercando di indovinarne le storie. Mi pareva di scorgere in ognuno di loro una scintilla di umanità. Nei loro sorrisi, nelle loro rughe, nei loro sguardi stanchi. Forse mi ero sbagliato. Forse la massa non era poi così minacciosa.

Mentre riflettevo su questo, la mia attenzione fu catturata da un piccolo assembramento. Un gruppo di persone si era radunato intorno a un uomo anziano intento, a quanto pareva, a tenere un comizio. Incuriosito, mi avvicinai.

L’uomo stava tenendo un discorso sui rischi della tecnologia, che stava rendendo gli individui sempre più dipendenti e isolati. Le persone annuivano e commentavano animate. Qualcuno dissentiva e ne nasceva una discussione. Uno scambio di opinioni vivace ma pacato.

Restai a guardare per qualche minuto. Poi l’uomo, con gentilezza, diede la parola a una giovane donna che fino a quel momento era rimasta in silenzio ai margini del capannello. La donna iniziò a raccontare la sua esperienza personale. Aveva sofferto di depressione e ansia sociale, e secondo lei i social media avevano aggravato il suo disagio. Si commosse mentre parlava della sua lenta rinascita, del coraggio ritrovato nell’incontro reale con le persone.

La sua storia toccò tutti. Quando finì di parlare calò un attimo di silenzio. Poi partì un applauso spontaneo. Qualcuno le si avvicinò per confortarla. In quel gesto collettivo c’era qualcosa di genuinamente umano. Non la compressione del singolo ad opera della massa, ma al contrario l’esaltazione della sua unicità.

Ebbi come una folgorazione. Per quanto la tecnologia tenda a smaterializzare i rapporti umani, l’incontro reale tra le persone conserva intatto il suo valore. La folla fisica può ancora trasformarsi in comunità, laddove si instauri un dialogo autentico tra individui.

Forse era questo il segreto per sottrarsi alla morsa opprimente della massa: riscoprire l’incanto della conversazione. Quel dialogo civile tra pari che è il sale della democrazia. Dove ciascuno ha diritto alla parola, e la parola di ciascuno arricchisce tutti.

Mi allontanai ispirato da quell’episodio. Dentro di me si era accesa una tenue speranza. La tecnologia e i social media non sono necessariamente nemici della libertà individuale. Dipende da come li usiamo. Possono essere formidabili strumenti per mettere in contatto le persone. Oppure gabbie che imprigionano l’utente in una bolla fatta su misura per i suoi gusti e le sue idee.

Tornai a casa con una nuova consapevolezza. Spento il computer, presi carta e penna. Era da tanto che non scrivevo qualcosa a mano. Le parole fluivano leggere. Mi resi conto che la mano, scorrendo sulla pagina, aiutava il pensiero a fluire.

Era un piacere riscoprire il ritmo pacato della scrittura manuale, lontana dalla frenesia dei tweet e dei post. Un ritmo quasi meditativo, che invitava alla riflessione. Lì per lì non capii cosa stessi scrivendo precisamente. Era come se la mano si muovesse da sola tracciando frasi di senso compiuto.

Solo rileggendo il testo capii che stavo scrivendo una specie di manifesto. Un appello appassionato ai valori dell’incontro, dell’ascolto reciproco, del confronto rispettoso tra diversi. Un invito a riscoprire il gusto della conversazione lenta, che è nutrimento dell’anima.

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